Michele Casarin (Venezia, 1967), dirige il Settore Cultura del Comune di Venezia, è Direttore dell’Istituzione Bevilacqua La Masa, Presidente dell’Accademia di Belle Arti di Venezia e Presidente della Conferenza nazionale delle Accademie italiane. Collabora come consigliere di amministrazione con alcune importanti istituzioni culturali come il Teatro Stabile del Veneto e la Fondazione Luigi Nono.
Lei ricopre diverse cariche in ambito culturale e tra queste quella di dirigente del settore cultura del comune di Venezia. Come vede in questo momento l’offerta culturale nella nostra città?
Venezia, nel suo complesso, è a tutti gli effetti una capitale mondiale della cultura, per patrimonio ereditato dal passato e per un’offerta straordinaria in termini assoluti e rispetto alla sua scala urbana e demografica. Sia i soggetti privati che quelli pubblici contribuiscono, sia pur con finalità differenti, a produrre un palinsesto quotidiano che è riscontrabile solo nelle grandi metropoli. L’arte contemporanea, grazie soprattutto al traino della Biennale la fa da padrona con fondazioni ed istituzioni pubbliche e private che producono un’offerta espositiva che non ha eguali in Italia, se non, forse, a Milano e a Roma. Ma penso anche all’offerta teatrale con la Fenice, il teatro stabile, il Toniolo e i molti teatri minori. Lo stesso vale per la musica, sia quella da camera che quella pop contemporanea, in questo caso soprattutto a Mestre. E con l’apertura del nuova grande arena a Tessera avverrà un ulteriore salto di scala con l’arrivo di grandi concerti che cambieranno gli equilibri in tutto il nord- est.
Cosa manca per fare un ulteriore salto di qualità in questo senso?
In termini di offerta, fatta l’arena, non manca nulla, anzi. Invece, ci sono margini enormi in termini di produzioni perché fino ad ora abbiamo parlato prevalentemente di cultura di consumo, di eventi effimeri, mentre sarebbe fondamentale iniziare seriamente a pensare di diventare un grande centro di produzione culturale, il che avrebbe enormi ricadute in termini economici, sociali, residenziali diventando attrattivi per imprese e professioni legate alla cultura. Serve un salto di scala che potrebbe trovare terreno fertile nella prima zona industriale e sul water- front meridionale dove potrebbero trovare posto centri di produzione musicale, cinematografica, teatrale, centri di ricerca legati alle università, all’Accademia, al Conservatorio, nonché un museo della città, un edificio simbolo della contemporaneità di Venezia e della rinascita della terraferma, un landmark architettonico, dove raccontare la storia della città, il suo presente e i suoi sviluppi futuri. Discorso complesso da sintetizzare in poche righe, ma legato alla necessità di creare il bello in modo ossessivo come forma di rinnovamento.
Secondo lei la popolazione, a prescindere dall’età è più orientata verso il teatro, il cinema, la musica, la lettura. C’è una giusta promozione e informazione o si può migliorare?
C’è tantissima voglia di teatro, il Toniolo, per esempio, è sempre pieno. C’è voglia e bisogno di una socialità positiva ed arricchente. Il cinema è in crisi ovunque, come conseguenza della diffusione delle varie piattaforme come Netflix e di forme narrative, come le serie, completamente diverse dal classico lungometraggio. La musica segue per certi versi la tendenza positiva del teatro, soprattutto parlando di giovani, anche se la voglia di concerti è intergenerazionale. Ripeto, la grande arena di Tessera cambierà tutto in questa città, senza contare che abbiamo un parco come San Giuliano che ha già costruito una tradizione importante per i concerti a grandissima scala. Ultime ma non ultime, le biblioteche che in questa città sono un’eccellenza assoluta a livello nazionale, sia in termini di qualità del sevizio che di qualità delle strutture. C’è voglia di leggere, ma c’è soprattutto voglia di stare in luoghi belli, sicuri, gratuiti, dove poter socializzare. Venendo all’informazione, quella c’è perché è ovvio che chi deve vendere ha interesse a comunicare nel migliore modo possibile.
Una domanda che rivolgiamo spesso che esula dal settore culturale è quella della mancanza di bagni pubblici a Mestre. Non esiste una locazione per questo servizio che dovrebbe essere molto impor- tante. Cosa ne pensa?
Penso semplicemente che sia incivile. Non si capisce come una città di tali dimensioni non abbia dei bagni pubblici che tra l’altro potrebbero essere l’occasione, come avviene in tante città europee, per creare elementi di abbellimento e di arredo urbano. Un bagno pubblico fatto per bene potrebbe diventare un luogo per fare informazione, per orientarsi grazie ad una mappa della zona che evidenzi servizi e attrazioni, per ricaricare il telefono, per promuovere iniziative pubbliche e private attraverso uno schermo e tante altre cose ancora. Senza considerare che aiuterebbe a contenere il degrado generato da tutte quelle persone che utilizzano lo spazio pubblico come latrina. Nel film Perfect Days di Wim Wenders, ambientato a Tokyo, si ha la percezione di quanto siamo lontani da quel grado di civiltà, ma credo che in questo Mestre rappresenti un’eccezione assoluta, purtroppo in termini negativi.
Tornando al settore cultura qual è l’aspetto che nel corso degli anni gli ha dato più soddisfazione e quello che in parte non ha risposto alle sue aspettative?
Non faccio retorica se dico che l’aspetto che più mi ha dato soddisfazione è constatare la spiccata professionalità, la passione e la dedizione di gran parte del personale, la consapevolezza della specifica importanza della cultura gestita in ambito pubblico, della specifica missione di lavorare per la collettività con l’obiettivo di offrire servizi di qualità per contribuire alla crescita sociale della città.
Essere un manager culturale pubblico è per me un onore. Abbiamo fatto veramente tanto in questi anni e lo abbiamo fatto in modo sempre creativo dimostrando di saper fare bene almeno quanto il privato, ma con meno risorse, umane e finanziarie.
Lei conosce l’AVAPO Mestre e il ruolo di volontariato che svolge?
Certo che conosco AVAPO e l’enorme valore sociale dell’attività che viene svolta dai volontari. L’ho conosciuto da vicino, quando ho vissuto la fase terminale di mia madre e in quella occasione ho capito tante cose che prima non avevo mai considerato. La scelta di offrire volontariamente il proprio tempo, la propria forza morale agli altri è un atto sublime di umanità verso cui nutro un’ammirazione totale e grata. Al di là delle vicende personali, AVAPO e il mondo del volontariato rappresentano per me un elemento di speranza nel genere umano, a maggior ragione oggi che viviamo una fase storica in cui l’umanità, in senso figurativo, sembra dissolversi in una nube tossica di in- sensibilità, individualismo sfrenato, indifferenza, egoismo, violenza, se non quando follia.
È importante per una persona ammalata trascorrere il tempo dedicandosi nel limite del possibile a momenti culturali?
Penso che sia fondamentale. È noto quanto la musica possa avere effetti positivi sul nostro corpo e sulla nostra mente grazie alla frequenza delle vibrazioni. Ma penso anche alla lettura e al cinema che costituiscono modi per allontanarsi momentaneamente da quanto di negativo si sta vivendo, immergendosi in situazioni e vite virtuali, che portano la mente lontano dal dolore o a dialogare con il dolore stesso. La cultura in generale fornisce a tutti noi strumenti per elaborare, per affrontare la complessità della vita, per essere più consapevoli
Un ‘ultima domanda che rivolgiamo sempre. Il suo pensiero in merito al “suicidio assistito o malati
assistiti”, possiamo ritenerlo un principio etico oppure qual è il suo parere personale.
Premetto di essere consapevole che la questione è molto complessa, sia dal punto di vista etico che dal punto di vista pratico e giuridico per la grande varietà di casi e di situazioni. Si tratta di un tema molto delicato e, non essendo un esperto, non voglio spingermi troppo oltre per non rischiare di dire inesattezze. Mi limito a dire che sono favorevole all’eutanasia, perlomeno nel caso in cui la persona interessata abbia potuto esprimere la volontà di porre fine con la morte assistita alle proprie sofferenze.