2026Intervista a Francesca Brandes

Francesca Brandes è nata a Venezia nel 1964, città dove vive. Giornalista, saggista e curatrice d’arte. Ha pubblicato diversi libri di poesie, tra questi “L’altra storia (Eidos 1995), Canto a più grida ((Centro internazionale della grafica), Piccole benedizioni (Il prato), Virgiliana (Moretti), L’undicesimo giorno (Lieto colle), Storie dal giardino (La vita felice), E viva! (con Valter Esposito Zacinto edizioni), Tutti i pesci del mare (Zacinto edizioni), Esodi (Zacinto edizioni). Nel volume “Nord i Poeti” Macabor edizioni le è stato dedicato un saggio di Marta Celio. Ha inoltre scritto e condotto programmi per Rai Radio Tre.

Lei, oltre che essere una poetessa conosciuta e affermata, si occupa in qualità di critico di pittura e di letteratura. Che “ruolo” possono svolgere per una persona ammalata queste discipline artistiche?

La pittura, la letteratura, la musica – specie quando portate a chi soffre, costituiscono un’autentica boccata d’aria, una carezza, un sollievo. Me ne sono resa conto quando mi è stato chiesto di organizzare piccole mostre e incontri di storia dell’arte in strutture ospedaliere, in aree di volontariato. Non esercito la professione, ma sono un medico psichiatra, e sono fermamente convinta che questo tipo di interventi stimolino anche profonde reazioni biochimiche: il miracolo del nostro corpo e della nostra anima, un’unica risposta.

Nella nostra città il ruolo svolto dalle aziende sanitarie è sufficiente nei confronti delle persone che soffrono di una patologia grave?

Premetto che esistono, assolutamente, professionisti che operano con grande competenza e umanità. Esistono infermieri che sacrificano molto della propria vita all’assistenza di chi è in difficoltà. Esistono Os, una categoria troppo spesso trascurata, che sanno cosa significhi prendersi cura dei malati nelle loro necessità più immediate. Sono persone meravigliose, e le si incontra ogni giorno nell’esercizio del volontariato medico. Tuttavia, i bisogni sono molti e il servizio delle aziende sanitarie non è sempre in grado di coprire le esigenze di un bacino d’utenza sempre più ampio e, aggiungerei, più anziano. Ricordiamoci però che, a differenza di altri Stati, il Nostro è ancora in grado (sia pur con limitazioni gravi) di guardare a tutti: si può ovviamente migliorare, sarebbe necessario ridurre le liste d’attesa, così da non costringere i pazienti a rivolgersi al privato (quando possano economicamente) o rinunciare direttamente alle cure (quando non possano).

La comunicazione, l’informazione ovvero l’accessibilità ai cittadini è sufficiente e alla portata di tutti o dev’essere in qualche modo migliorata?

La comunicazione è sempre benedetta, quando è chiara e precisa. Quando semplifica i rapporti con le aziende sanitarie, con i consultori, con il sistema ambulatoriale. L’idea delle cosiddette case di comunità sarebbe intelligente, semplificherebbe l’accesso alle cure e i processi terapeutici stessi, se ci fosse il personale sufficiente e l’operatività necessaria per attivarle. Anche progetti per una corretta informazione sanitaria nelle scuole, così come nelle carceri, sarebbero molto utili. Qualche volta si nota un’inerzia organizzativa, quella che poi spinge le persone a “pescare” notizie in rete, senza nessuna garanzia di veridicità.

Viviamo un momento molto difficile, attraversato da guerre devastanti. In questo senso quanto può essere importante la forza della spiritualità o, se vogliamo, della fede?

Qualche giorno fa, realizzando una serie di articoli per il giornale israeliano Haaretz, sono venuta a conoscenza di un appello redatto da giovani, in età da leva militare, che implorava di rivalutare l’insegnamento etico delle religioni ebraica e musulmana, e deporre le armi in nome di una comune spiritualità. Perché il credo religioso, e lo dico in un senso più ampio, nella mia dimensione laica, è fondamento costituente del Dna umano. Anche se in questi momenti atroci sembriamo averlo dimenticato.

Poi, scrivendo, quando recupero documenti così pregnanti come l’appello dei diciottenni israeliani, mi torna la speranza. Forse, mi dico, ne possiamo ancora uscire … perché la fede è anche, deve essere, soprattutto fiducia nell’uomo.

Conosce l’attività della nostra associazione e cosa ne pensa?

Ne penso meraviglie! Quando mi è stato chiesto da Valter Esposito, il direttore responsabile di questa rivista, di collaborare a “Per mano”, ho aderito con entusiasmo. La vostra è una funzione importante, che sostiene, dà fiducia, accompagna in momenti dolorosi e delicati sia i malati che le loro famiglie.

È come un abbraccio. Quando ad abbracciare sono persone come i volontari Avapo, competenti e determinati, quell’abbraccio si fa un mondo, un approccio profondo alla vita, al suo immenso valore.

ll suo punto di vista nei confronti del tema molto ricorrente legato al “suicidio assistito o malati assistiti” tramite l’assistenza del servizio nazionale Papa Francesco diceva spesso che si tratta di un principio etico di cui tutti, credenti e non possono ritrovarsi.

Il valore della vita ci deve accomunare tutti, indipendentemente dal credo religioso. Papa Francesco, nella sua infinità umanità (che talvolta oltrepassava il dogma per inginocchiarsi di fronte al mondo e accoglierlo) aveva perfettamente ragione.

C’è chi pensa non si possa scegliere autonomamente e sia necessario accettare il dolore; chi, ed io sono tra questi, che ritiene – proprio perché la vita ha un enorme valore – si debba viverla in coscienza, e al meglio, finché ci si riesce. Dopo, è una scelta individuale, che trascende la legge e ogni ragione dogmatica. Penso si debba dare vita ai giorni, più che giorni in più ad una vita che si dovrebbe lasciar andare con dignità. E lo Stato dovrebbe fare la sua parte, aiutando ed accompagnando. Ma è la mia opinione personale.

Oggi ci troviamo di fronte ad una forte crisi di vocazione, sempre meno giovani che decidono di percorrere la via del sacerdozio. Questo a cosa è dovuto?

Non credo che, nei giovani, la fede non esista più: ne ho avuto molte conferme, presentando i miei testi poetici in giro per le città italiane. Sicuramente, è avvertibile un senso di smarrimento, di perdita dei punti di riferimento: la sicurezza individuale e collettiva, il sentirsi in bilico, sull’orlo di un futuro incerto e sempre meno prevedibile. Riguardo alle vocazioni, sono in calo, credo perché siamo in una fase di trasformazione: forse sono i parametri, i codici stessi a necessitare di qualche aggiustamento. I giovani non rifiutano l’essenza spirituale dell’essere umano; rifiutano, forse, la concezione di un sacerdote che viva una vita “altra”, lontana dal mondo. Spesso, su mia sollecitazione, hanno risposto che accetterebbero più di buon grado, la dimensione del pastore protestante, o quella del missionario laico.

Questo, però, come la questione del sacerdozio femminile, è qualcosa che presupporrebbe un dibattito ben più ampio e articolato.

Un’ultima domanda, il volontariato lo possiamo definire come una “metafora” della vita o è esclusivamente una forma di beneficenza?

Il volontariato È VITA … una parte importante della vita! Dono di sé, del proprio tempo, delle proprie risorse. Anche una forma di beneficenza, ma non solo. Perché la gratuità è una delle radici della nostra bellezza, quella che non svanisce. Quella che ci fa prendere per mano il mondo.

Valter Esposito

Direttore responsabile

“Per Mano

 

 

top
Secret Link