2026INTERVISTA SIMONE VENTURINI

Simone Venturini, 38 anni, nato e cresciuto a Marghera e oggi residente nella città d’acqua, è stato eletto sindaco di Venezia, il più giovane della storia, il 25 maggio 2026. Laureato in Giurisprudenza all’Università di Padova, ha maturato una lunga esperienza amministrativa: consigliere comunale dal 2010 al 2014, poi assessore nelle giunte guidate da Luigi Brugnaro, dal 2015 con deleghe a Coesione sociale, Turismo, Politiche della residenza, Sviluppo economico e Lavoro.

Qual è stato il momento in cui ha capito che avrebbe vinto le elezioni e perché, visto che, inizialmente, la “corsa” alla poltrona di sindaco sembrava essere in salita?

Non ho mai pensato che fosse un percorso in salita. Ho sempre dato poco peso ai sondaggi e molto più valore al termometro degli incontri in città, al modo in cui le persone mi parlavano, mi ascoltavano, mi restituivano fiducia. In quei mesi ho percepito ottimismo, energia positiva e una grande voglia di aprire una nuova fase, facendo tesoro anche dell’esperienza amministrativa maturata negli anni precedenti. Non c’è stato quindi un momento preciso in cui ho capito che avrei vinto: c’è stato piuttosto un percorso costruito giorno dopo giorno, con una campagna elettorale propositiva, mai contro qualcuno. Credo che i cittadini abbiano premiato la conoscenza del territorio, il pragmatismo e un modo concreto di intendere la politica. È una cifra che sento vicina a una nuova generazione di amministratori, come il presidente della Regione Alberto Stefani. Essendo anche un po’ scaramantico, fino all’ultimo non mi sono concesso di dire che fosse fatta. Solo quando i numeri hanno restituito una realtà chiara e incontrovertibile mi sono concesso di dire a me stesso: è tutto vero.

Una città come Venezia, con una vetrina sul mondo molto importante per tanti aspetti, comporta delle grandi difficoltà. Cosa si aspetta e quali sono gli obiettivi principali che si è prefisso?

Venezia è una città del mondo, una grande capitale internazionale. Questa dimensione non riguarda solo la sua storia o la sua bellezza, ma anche la responsabilità che Venezia ha nel presente: essere un laboratorio per molte questioni che riguardano il futuro delle città.Penso alla sostenibilità, alla gestione dei flussi, al rapporto tra sviluppo economico, qualità della vita e tutela dei residenti. Per le sue caratteristiche fisiche, sociali ed economiche, Venezia affronta spesso, prima di altre, sfide che poi diventano globali. Anche per questo deve tornare ad acquisire pienamente lo status che le compete. L’impegno sarà quotidiano, continuo e portato avanti con grande determinazione. L’obiettivo è costruire fiducia nel tessuto sociale, economico e produttivo della città, alimentando ottimismo e rendendo il territorio ancora più attrattivo per investimenti, competenze e nuove opportunità.

Quanto pesa “l’eredità” del suo predecessore Luigi Brugnaro e cosa le ha insegnato?

Luigi è un amico e in questi anni mi ha insegnato molto. Ho imparato soprattutto dal suo pragmatismo, dalla concretezza con cui ha affrontato i problemi e dal coraggio di portare avanti le proprie idee, anche quando non erano le più semplici o le più popolari.

È un’eredità che intendo mettere a frutto. In questi anni la città ha affrontato sfide complesse e ha avviato percorsi che oggi vanno consolidati, aggiornati e portati dentro una nuova fase. Per questo ho preferito parlare di evoluzione, più che di continuità. Prenderemo il buono di quanto è stato fatto e lo porteremo nel futuro, innestandolo con il mio stile, il mio bagaglio di esperienze, la mia formazione e la mia sensibilità. Ogni amministratore ha il proprio modo di leggere la città e di affrontarne i dossier. Il mio sarà contraddistinto da concretezza, ascolto, e serietà.

Tra i tanti temi cardine quello relativo alla sanità. Nella città di Venezia il ruolo delle aziende sanitarie nei confronti delle persone colpite da una patologia grave, secondo lei è sufficiente o va migliorato?

Non si smette mai di migliorare. La sanità deve avere sempre al centro i bisogni delle persone, soprattutto quando una famiglia si trova ad affrontare una patologia grave o un momento di particolare fragilità. In questi undici anni di esperienza amministrativa, da assessore alla Coesione sociale, ho mantenuto un dialogo costante e proficuo con l’azienda sanitaria locale. È un metodo che intendo proseguire e rafforzare anche con tutte le realtà sanitarie del territorio metropolitano. L’obiettivo è contribuire, per quanto di competenza del Comune, a una sanità sempre più capillare, accessibile e vicina ai cittadini. In questi anni sono state investite risorse importanti, penso ad esempio alle Case della comunità, che rappresentano un presidio fondamentale per avvicinare i servizi alle persone, sia in terraferma sia nella città d’acqua. Accanto al sistema sanitario pubblico c’è poi il ruolo decisivo del terzo settore, che spesso accompagna concretamente cittadini e famiglie nei percorsi di assistenza e supporto.

Lei conosce l’AVAPO Mestre e che idea si è fatto della nostra associazione?  

Conosco AVAPO Mestre, come la conoscono tantissimi nostri concittadini, e la considero una realtà fondamentale per il nostro territorio. In questi anni abbiamo collaborato gomito a gomito e intendo continuare a farlo con pieno rispetto del ruolo dell’associazione e, soprattutto, delle persone che hanno bisogno di essere accompagnate nei momenti più difficili. AVAPO è quindi una presenza importante nella comunità. Sostiene e affianca persone e famiglie alle prese con patologie gravi, offrendo non solo servizi, ma anche ascolto, empatia, umanità. Un vero e proprio valore aggiunto per la nostra comunità. Ringrazio sentitamente i volontari, gli operatori e tutti coloro che ogni giorno, grazie ad AVAPO, operano con generosità, discrezione e profonda umanità.

Nella nostra città l’offerta culturale in questi ultimi anni si è amplificata e speriamo aumenti con la “creazione” di nuovi spazi. Una persona ammalata secondo lei può trovare conforto e alleviare, in parte, il proprio dolore dedicandosi a momenti legati alla cultura? 

Non solo la cultura, ma la bellezza in senso più ampio può avere un ruolo importante nella vita delle persone, soprattutto nei momenti di difficoltà. Venezia, in quanto a bellezza, è fuori scala, ma credo che anche Mestre e la terraferma debbano puntare sempre di più sulla qualità degli spazi, sulla riqualificazione urbana, sull’arte. In questi anni abbiamo lavorato proprio in questa direzione: penso al recupero dell’ex Emeroteca di via Poerio, diventata l’Emeroteca dell’arte, dove non solo si espone, ma si produce cultura; penso al Candiani, diventata la Casa della Contemporaneità; e penso alla prossima conclusione dei cantieri alla ex De Amicis e all’ex Palaplip, tutti luoghi dove la cultura avrà un ruolo da protagonista. L’arte parla ai nostri occhi, ma soprattutto al nostro spirito e alla nostra vita interiore. Quando una persona attraversa una malattia o una sofferenza profonda, le ferite non sono solo fisiche: riguardano anche la dimensione emotiva, affettiva, personale. Per questo credo che arte, cultura e bellezza possano essere di aiuto. Non sostituiscono le cure, naturalmente, ma possono offrire conforto, stimoli, relazioni e nuove energie. Vivere in una comunità vitale come la nostra aiuta.

Un’ultima domanda che si “stacca” in parte dalle precedenti. In terraferma a differenza di Venezia centro storico non esiste un luogo adibito a bagni pubblici. Non le sembra sia una mancanza alla quale ottemperare in tempi brevi visto il numero elevato di abitanti?

Credo che un amministratore debba partire da questo: ascolto, presenza sul territorio e capacità di rispondere con i fatti. Raccolgo quindi questa segnalazione con pragmatismo, come ho sempre fatto. È un tema su cui mi confronterò con gli uffici, con i dirigenti e con i tecnici competenti per valutare eventuali interventi. Con concretezza

Valter Esposito

Direttore responsabile

di “Per Mano”

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